16/03/2010
Il territorio
Una fortunata sintesi tra ambiente e sapienza umana dà luogo a quel miracolo (di)vino chiamato Champagne.
35.000 ettari di terreno, a poco meno di 150 chilometri da Parigi. Siamo nel nord est della Francia, su una striscia di terra lunga e stretta (120 chilometri per una larghezza compresa tra 300 metri e due chilometri) che si dipana tra la Montagna di Reims, la Valle della Marna, la Côte des Blancs e i vigneti dell’Aube e dell’Aisne. Inerpicandosi su lievissimi declivi (s’arriva massimo a 200 metri s.l.m), i soli tre vitigni “autorizzati” a diventare Champagne (Pinot Nero, Pinot Meunier e Chardonnay), suggono da pochi centimetri di terra fertilissima il necessario a maturare grappoli dagli eccezionali aromi.
Nel territorio il clima è tra i più bizzosi della Francia. Dall’Atlantico, non incontrando rilievi lungo il percorso, i venti battono forti; l’inverno è rigido, la primavera – con grande angoscia dei vignaioli – può sempre regalare gelate distruttrici ed anche l’estate qui è stagione incerta, con temporali improvvisi e rovinose grandinate. Eppure questo clima così ostile è anche la bendizione dello Champagne, la condizione unica che porta ad una produzione di uva limitata nella quantità ma di qualità eccelsa.
Sotto terra ecco il verificarsi di un’altra condizione irripetibile regalata da precise situazioni geologiche e dal mare che, circa 70 milioni di anni fa, arrivava fin qui. Nel suo ritirarsi l’Oceano ha lasciato sul terreno, appena al di sotto degli livelli più superficiali, uno strato calcareo di consistenza gessosa formato da sedimenti e fossili. Grazie ad esso l’acqua in eccesso passa agli strati inferiori del suolo conservando al tempo stesso una costante umidità, in aggiunta il “graie” (così viene chiamato in Francia) immagazzina il calore del sole per renderlo lentamente alle viti nel corso delle fredde notti del nord.
A questo punto interviene la mano dell’uomo, l’elaborato processo che comincia dalla coltivazione dei vitigni e termina nel calice.
Come accennato in precedenza, solo tre vitigni concorrono al miracolo. Due sono neri: il gustoso Pinot nero che conferisce corpo al vino; il giovane Pinot Meunier , che porta la sua dose di freschezza e quindi l’uva bianca Chardonnay, raffinata ed elegante.
All’insieme dei fattori ambientali (il terroir) si uniscono regole di vinificazione messe a punto nei secoli e codificate. “All’inizio del XX secolo, lo Champagne aveva già la potenza d’un mito. Gli Champenois decisero di proteggerlo, fissando un’area rigidamente delimitata e regole comuni di produzione, il che si tradusse nel riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata Champagne” (Centro informazioni Champagne Italia).
Il lavoro inizia in inverno, con la concimazione del terreno; prosegue in primavera con la delicatissima fase della potatura per limitare la produzione di ogni vite in modo che ciascuna dia pochi grappoli ma di grande qualità. Si passa poi all’aratura del terreno e si attende la fioritura.
Norma vuole che cento giorni dopo la comparsa dei fiori si possa vedemmiare; in questo frangente la cura del vignaiolo prosegue con un’altra potatura tesa ad eliminare le foglie in eccesso e quindi far meglio cadere sui grappoli la calda luce solare.
Con la vendemmia, per il vignaiolo arriva la prima verifica del lavoro compiuto nei mesi precedenti.
Raccolti in ceste piuttosto piccole i grappoli vengono avviati alla torchiatura. Prima però, dovranno essere sottoposti ad un controllo manuale che grappolo dopo grappolo, elimina quelli danneggiati o non perfettamente maturi per avviare al torchio solo i frutti migliori.
L’avventura dello Champagne prosegue, nel prossimo capitolo tratteremo della vinificazione.
Categoria: Carta d'identità






